Il metodo
“Il Metodo” della Conchiglia si è costruito sull’elaborazione di esperienze e di ricerche, che hanno richiesto diversi decenni di riflessione per essere messe in atto.
La principale criticità di questo lavoro consiste nel fatto che i pazienti presentano una grande quantità di disturbi invalidanti di tutti i tipi (medico – internistici, neuro – psichiatrici, psicologici, sociali, giudiziari, ecc.), ma difficilmente danno ai curanti delle indicazioni certe sui punti in cui è più giusto intervenire.
I curanti devono capire da soli cosa fare: quelli di loro che non hanno sufficiente esperienza lavorano esclusivamente sui singoli problemi apparenti (per esempio i sintomi psichiatrici evidenti oppure quella che sembra una disabilità cognitiva, o una pesante asocialità, ecc.) e si concentrano su questi, senza cercare di ricostruire la logica del quadro clinico nel suo insieme. Così facendo, si espongono al rischio di gravi effetti negativi, come quello di confermare e radicalizzare nel paziente problemi marginali senza vedere né, tanto meno, scalfire il nucleo della sua patologia, e provocare nel gruppo curante inerzia e demotivazione, nonché perdita di contatto con la realtà clinica e conseguente assunzione sul gruppo stesso, senza accorgersene, di tutta la patologia reale che non è stata riconosciuta.
I curanti, invece, che conoscono le modalità di funzionamento dei pazienti cercano di vedere i sintomi e i comportamenti nel loro complesso.
Sono consapevoli per esempio che i pazienti psichiatrici, al di là delle forme contingenti e mutevoli con cui la loro patologia si presenta, hanno soprattutto gravi problemi di scissione interna (non per niente vengono denominati “schizofrenici”), cioè non riescono a distinguere e integrare forme di pensiero diverse: “analogico” e “digitale”, “circolare” e “lineare” obiettivo e soggettivo, emotivo e razionale, “cervello destro” e “cervello sinistro”, dentro e fuori, ecc. e tutte le altre formulazioni parziali che usiamo per cercare di descrivere col linguaggio della quotidianità i complessi e sostanzialmente inesplorati processi neurobiologici e neuropsicologici che sono alla base della patologia stessa.
Tale difficoltà di distinzione/integrazione rende difficili molte importanti operazioni mentali (come definire ma tenere insieme contenuti mentali mal conciliabili o punti di vista differenti o estranei, entrare in contatto con gli altri pur mantenendo integra la propria identità, far convivere intimità e presa di distanza, soddisfacimento dei propri bisogni nel riconoscimento di quelli altrui e nel rispetto delle norme e delle convenienze civili, ecc. ecc.
Il risultato dell’insieme di tali difficoltà è la progressiva perdita di contatto dei pazienti con l’ambiente e il loro inevitabile isolamento, di solito rinforzato (più che contrastato) dal sistema di cura, ivi comprese le comunità, che alternativamente proteggono troppo i pazienti o li espongono senza protezioni a stimoli che non sono in grado di affrontare da soli.
In tal modo la confusione, il disorientamento e la perdita di direzionalità esistenziale dei pazienti crescono progressivamente.
Il nostro “Metodo”
Il nostro “Metodo” pertanto consiste nel confrontarsi direttamente con queste problematiche e quindi perseguire contestualmente e sinergicamente (dato che i due processi si rinforzano o si ostacolano a vicenda) un rafforzamento della capacità di mentalizzazione dei pazienti e, della loro attitudine a entrare in contatto con l’ambiente esterno, a partire da quello di provenienza.
Ambiente di provenienza che, come ben sappiamo, è quasi sempre disturbato e richiede energici sforzi di intermediazione e di filtro da parte dei curanti, per non alimentare sintomi e comportamenti patologici da ambo le parti. In casi estremi può succedere che debba essere quasi completamente schermato, con l’imperativo di salvaguardare comunque qualche forma di contatto e di continuità.
In pratica, la terapia e/o la riabilitazione consistono nel lavorare insieme ai pazienti su queste loro difficoltà di articolazione e di collegamento nei più importanti ambiti della loro vita, dalla dimensione psicodinamica (attraverso il lavoro sulla propria storia e la propria identità profonda), alla dimensione cognitiva (stimolo all’apprendimento di cose nuove o al ri-apprendimento di cose dimenticate), a quella corporea, motoria, espressiva e molte altre, ma soprattutto quella sociale e relazionale, tramite uno sforzo di recupero e di continua, faticosa rettifica delle distorsioni patologiche esistenti nelle loro relazioni più significative.
Uno dei problemi clinico – gestionali più gravi delle comunità è legato al fatto che lo scollamento tra il mondo esterno e il mondo interno dei pazienti (entrambi frammentati e intrisi di ambivalenze e contraddizioni) è subdolamente contagioso e richiede molta attenzione per non trasmettersi a tutto il sistema di cura (cioè ai membri del gruppo curante, alle famiglie, ai servizi invianti, a professionisti vari e, retroattivamente, ai pazienti stessi) sotto forma di incomprensioni, contrapposizioni sterili, mancanza di contatti, confusione… tutti atteggiamenti che, nel loro insieme, devono essere considerati espressione di psicosi indotta, molto pervasiva e pericolosa soprattutto per gli “addetti a i lavori” stessi.
Il massimo sforzo va quindi profuso nel mantenere il collegamento reciproco e la continuità dei rapporti tra tutti i soggetti (singole persone ed enti) che, all’interno e all’esterno della struttura si occupano del singolo paziente, nonché tra la comunità nel suo insieme e il suo contesto di riferimento.
Non è facile, perché questo sforzo viene ostacolato e non di rado vanificato dalle stesse forze (di tipo confusivo – scissionale) che alimentano la patologia psicotica dei pazienti.